Aggiornamenti dal pianeta Terra 

Vi riassumo brevemente la mia vita in queste settimane.  

Università.  

Patente. 

Canto.

Esatto. Il multitasking sta diventando il mio hobby principale, ma mi sono accorta di una cosa. Niente di tutto ciò mi pesa come invece succedeva per qualsiasi cosa gli anni passati. Prima svegliarmi la mattina e prepararmi per una semplice mattinata a scuola mi sembrava pesante quanto un macigno, troppo grande e troppo pesante da portare sulle spalle. L’università fino adesso va abbastanza bene. Le materie mi appassionano e per una volta nella vita ritorno a casa contenta come ai tempi delle elementari, quando mi sedevo a tavola con i miei genitori e non vedevo l’ora di raccontare che cosa avevo imparato. 

Una volta guardavo il video di una ragazza che da qualche anno si era trasferita a Londra per studiare. Guardava con convinzione la telecamera e diceva: “Ragazzi, imparare è una figata.” Non so descrivere a parole quanto sia bello sentirsi dire questa frase. Ora come ora penso che se avessi applicato questo pensiero anche negli anni passati sarebbe stato meglio, ma pazienza. Inoltre, mi sono resa conto di un’altra cosa piuttosto particolare, ossia quanto la nostra mente può plasmarci a suo piacere facendoci credere che noi abbiamo il controllo sulla nostra vita, anche se in realtà non è affatto vero, non abbiamo il controllo di un bel niente. A partire dalla terza superiore, il mio momento di crisi scolastica peggiore, pensavo che la mia vita non avrebbe mai avuto un miglioramento, ma adesso posso dire di svegliarmi motivata e per me, credetemi, è già un bel passo avanti. E nonostante debba spostarmi qua e là per la città come una trottola per seguire le lezioni e che quasi non abbia tempo per pranzare, non importa, per una volta mi sento pronta ad affrontare ciò che mi si presenterà davanti e magari anche ciò che mi farà paura. 

Patente? Ecco, quella è una cosa che mi fa paura considerato che mi sono esercitata pochissimo nei quiz e il tempo per studiare qualsiasi cosa è pochissimo. A quanto pare i fine settimana sono fatti per questo, per cui a tempo debito farò anche questo, promesso.

Il canto è una costante, la musica in generale sarà sempre parte integrante della mia quotidianità, nonostante il tempo tiranno mi costringa ad incastrare tutto in tempi ridotti. Sto cercando di esprimere al meglio quello che sento attraverso la musica, penso che sia uno degli unici modi per me possibili di “buttare fuori” tutto ciò che ho dentro, in ordine sparso: paranoie, ansie, stress, pensieri, delusioni. Ho anche ricominciato a strimpellare la chitarra, accompagnandomi in qualche canzone e rispolverando qualche accordo e devo dire che il meccanismo funziona. 

Adesso sono più serena, ho accanto in questo percorso delle persone con cui mi sento a mio agio e che già conoscevo e piano piano sto cercando di socializzare al meglio che posso anche con le nuove persone (socializzare, la mia bestia nera!). Mi sento bene e quelli che mi conoscono dicono che ho “una luce diversa negli occhi”. Non pensavo che l’università sarebbe stata una tale liberazione per me, ma di ciò ne riparleremo quando finirò di studiare per l’esame di linguistica! 😨😨😭😭 

Ci tenevo a tenervi aggiornati sugli ultimi sviluppi, spero non vi dispiaccia. 

Alla prossima, 

Ale 

Cose nuove

Il mio corpo funziona in maniera strana. Durante tutto l’arco della giornata vivo in uno stato di catalessi e di inutilità al genere umano, mentre la notte la mia scatola cranica si anima come il carnevale di Rio. Comunque sia, dopo essere tornata da tre settimane della serie “ritorno alle origini” a dir poco discutibili, ho trovato l’ispirazione stanotte per scrivere un pochino e aggiornarvi sugli ultimi sviluppi.

Vi dico una cosa. È inutile che io provi a fare la spavalda e ad ostentare sicurezza, io avrò sempre paura delle novità, nonostante sia sempre in cerca di esse. Quest’anno la più grande novità in assoluto sarà l’università, un’ombra gigante che incombe sulla mia testa specialmente in questi ultimi giorni, complice del fatto che siamo giunti al 31 agosto in un batter d’occhio. “Avere paura è normale”, mi dico. L’università è una nuova avventura tutta da vivere, sono adulta ormai, ciò che faccio dipende solo da me, questo è il mio trampolino di lancio verso quella tanto agognata tappa della vita chiamata LAVORO. L’unica cosa che mi chiedo è: smetterò mai di avere paura delle novità? Diciamo le cose come stanno. Le novità sono ciò che mettono in moto la nostra vita. I cambiamenti sono ciò che permettono all’uomo di non fossilizzarsi nella propria condizione di staticità trasformandosi in una ameba, la chiave di lettura sta nel modo in cui l’uomo li accoglie. Allo stesso tempo però le novità, per quanto possiedano questo grande vantaggio, hanno anche una caratteristica di ignoto e ciò ovviamente può fare paura, è pur sempre un bel salto nel vuoto, che diamine. Quando allora dico: “ho l’ansia”, non pensate che sia una mia condizione patologica/esistenziale (oddio, magari anche no) ma vedetela come una condizione emotiva naturale dovuta a ciò che dovrò affrontare nei prossimi giorni. Spero comunque di lasciarmi alle spalle un po’ di quella “paura” che mi trascino sempre addosso e di affrontare questo nuovo percorso della mia vita con curiosità, speranza, ottimismo, motivazione e anche una buona dose di ambizione, che non fa mai male. 

L’università per me non è soltanto una nuova tappa ma è anche una sorta di riscatto dalla mia precedente esperienza, che mi ha fatto capire come davvero avrei dovuto affrontare un nuovo contesto, ma siccome il passato è passato preferisco guardare avanti e fare del mio meglio per non ripetere gli stessi errori, perché si sa, non c’è cosa peggiore che commettere gli stessi errori due volte, ma siccome “repetita iuvant” non si sa mai. (Scherzo 😂)
Alessia

THE END

Vorrei iniziare questo post con una frase ad effetto del tipo “Today is the day my life begins” stile Alex Karev sull’altare (chi è ossessionato da Grey’s Anatomy come me capirà), ma siccome non mi sto sposando e la mia vita (volente o nolente) è iniziata l’8 gennaio 1999, cercherò di farla breve.                                                                   Qualche giorno fa ho decretato la mia maturità (ma quale?) e la fine di un capitolo della mia vita durato cinque anni. Questi anni sono stati decisamente i più duri della mia vita e con ciò non intendo solo il percorso scolastico che ho dovuto affrontare, ma la piega che ha preso la mia vita in questo arco di tempo. Ho subito delle perdite piuttosto importanti, persone che mi hanno vista crescere e che mi hanno accompagnato per un certo periodo della mia vita ora sono chissà dove, non so se saranno fieri di me, io lo spero.

In questi cinque anni mi sono resa conto di una cosa in particolare: quanto la prima impressione possa influenzare il giudizio su una persona, quasi come un marchio di fabbrica con cui viene identificata, un timbro che non può più essere cancellato. Mai come in questi cinque anni ho realizzato come la timidezza e il mio modo di essere sia di ostacolo a me e anche alle altre persone. Prima d’ora non avevo mai faticato così tanto con questo lato del mio carattere, la gente ogni tanto me lo faceva notare ma non ha mai avuto grande difficoltà a conviverci. È vero, io non sono mai uscita dalla mia comfort zone, ma è ancora più difficile farlo quando la timidezza viene considerata quasi come un problema insormontabile e mai come una semplice componente caratteriale che può essere ammorbidita con un po’ di aiuto. Il problema è diventato ancora più grande dopo aver acquisito la consapevolezza di essere capitata nella classe sbagliata: dal primo istante il mio sesto senso percepiva una strana sensazione, sapete, le “vibes” che scriviamo sotto i post di Instagram o Facebook. Nonostante ciò ho deciso di andare avanti nella speranza che la situazione sarebbe migliorata. Infine, mi sono accorta che era troppo tardi per andare via e sono rimasta per l’unica persona amica che ho trovato lì dentro. Lei. Una matta con un cuore grande che con la sua spontaneità avvicina le persone con molta più facilità rispetto alla sottoscritta. Una donna fatta e finita con le sue idee e le sue passioni, talentuosa e brutalmente schietta e credo sia questo a renderla così speciale. Io che ho sempre pensato che gli opposti non si attraggono così in amicizia, nel mio caso, così in amore, mi sono dovuta ricredere. Nonostante sia così diversa da me, ha rivestito il ruolo di amica, di sorella, ha calmato le mie paranoie e mi ha tranquillizzato nei momenti di sclero che io, ma anche molti altri, abbiamo vissuto, specialmente quest’anno. Abbiamo riso fino alle lacrime, scherzato, ci siamo sgridate a vicenda e prese in giro come amicone di vecchia data.

È inutile dire che la scuola è stata difficile, che la mole di lavoro era tanta, che qualche volta i voti erano ingiusti. Queste cose capitano tutti i giorni in tutte le scuole di Italia. Se qualcuno, invece, dovesse pormi la domanda: “Cosa ti ha lasciato questa esperienza?” io risponderei che nella vita devi mostrare le unghie perché la gente ti rispetti e che a volte si deve anche rischiare di uscire dalla propria bolla in modo tale che gli altri ti conoscano per ciò che davvero sei e non per ciò che vogliano che tu sia. “Be yourself” in sostanza.

Ho finalmente concluso questo capitolo e sono curiosa di vedere cosa la vita avrà in serbo per me.

Alessia

 

MATURANSIA

Eccomi. Sono tornata per un attimo per poi sparire di nuovo. Ebbene, sono stata ammessa all’esame di Stato, per cui l’unica parola che userò per descrivere questo periodo infinito è “maturità”. Studio ad ogni ora del giorno e se mi fermo un attimo, che siano tre secondi o cinque minuti, che ultimamente per me sono diventati un lusso, sento un sibilo proveniente dai miei libri insinuarsi nelle mie orecchie: “Disgraziata, studia.” E così ricomincio, disperata fino al midollo, ma diciamo che tutto ciò fa parte del gioco, no? Oggi, in un attimo di pausa dallo studio, ho scritto questa riflessione di getto. Non so se sia corretto identificare queste quattro righe una poesia, credo sia più coerente definirle come una sorta di “manuale d’uso” per chi in questo periodo mi sta vicino, per i miei genitori che sopportano i miei scleri e le mie millemila paranoie e la mia propensione smodata verso la disorganizzazione e la procrastinazione come stile di vita, ma anche per si avvicinerà a me nel corso del tempo. Abbiate pazienza con me, ve ne occorre tanta.

Abbi la forza di sopportarmi perché le mie paranoie superano il limite del possibile
Abbi la pazienza di starmi vicino quando la mia mente mi riduce a brandelli e mi fa sentire uno schifo
Abbi pazienza perché faccio schifo in matematica e potrei far fallire l’intero magazzino di Harrods
Abbi pazienza se sono una frana nello sport e anche se metto un piede dietro l’altro rischio sempre di inciampare
Abbi pazienza se non parlo tanto e quando lo faccio non si capisce quasi nulla perché mi mangio le parole
Abbi pazienza se quando incontro nuove persone ho la stessa espressione felice del grumpy cat
Abbi pazienza se mi innamoro dei personaggi delle serie tv
Abbi pazienza se ti rintontisco con le mie fisse e abbi pazienza se ti elenco i titoli di qualsiasi canzone alla radio come fossi un juke box
Abbi pazienza se scrivo sempre cazzate
Abbi pazienza se non sono brava ad esprimere i miei sentimenti a parole e perché sono dannatamente timida
Abbi pazienza perché sono sempre troppo insicura delle mie scelte e prendimi per mano quando la paura mi paralizza inutilmente
Solamente, abbi pazienza

Alessia

LA MIA ANSIA HA L’ANSIA.

Dicono che dire “stai calma” ad una donna sia peggio di un’esplosione nucleare, ma credo che dire “stai calma” ad una persona ansiosa sia molto peggio. Anni prima non mi sarei definita una persona ansiosa, ma nell’ultimo periodo mi sto accorgendo di avere l’ansia per qualsiasi cosa e di aver sviluppato una sorta di repellenza nei confronti degli spazi aperti affollati. Le grandi città mi piacciono, per intenderci, ma quando mi trovo da sola in uno spazio pieno di gente sento l’esigenza urgente di nascondermi in un posto tranquillo, appartato. Non chiedetemi perché, ma è così. Ma la cosa peggiore è che mi viene l’ansia anche per eventi che io sono certa non potranno mai accadere, al punto tale che credo di avere ispirato l’autore delle vignette di Labadessa. (Chi lo conosce capirà).
Mi spiego. Interrogazioni che non potranno mai verificarsi oppure eventi straordinari tipo autocombustione del mondo e cazzate talmente grandi che potrei fare la sceneggiatrice del prossimo “The day after tomorrow”. Ma la cosa più buffa e allo stesso tempo più fastidiosa che possa accadere è la seguente (penso che sia capitata anche a voi almeno una volta). Arrivano le 15.00, orario universale di inizio dei compiti, apro un libro a caso tanto che me frega sono maturanda e devo studiare tutto, giunge il momento della ripetizione matta e disperatissima e il mio cervello si spegne. Blackout. Comincio a guardare video su YouTube a random e mi ripeto che tra 10 minuti mi metterò a studiare. E così quei 10 minuti diventano 20, 30, fino a che arriva sera e l’unica cosa che vorresti fare è simulare la morte di una medusa sulla spiaggia e sprofondare in un sonno assurdo, ma il tuo cervello inizia a cantare la sigla dei Puffi e a ricordare avvenimenti che non pensavi nemmeno fossero accaduti e tutto ciò continua fino all’una di notte e cominci a calcolare quante ore ti rimangono per dormire. Arrivano le 6 e piovono imprecazioni. Tutto normale. (Ok, ho divagato un po’ forse). Un altro tipo d’ansia è quello che ti coglie quando devi andare agli uffici pubblici oppure in qualsiasi altro luogo dove devi chiedere delle informazioni. La mia ansia più grande risiede nella mia grande capacità di fare figure di merda ovunque vada e di una sordità totale che compare totalmente a caso quando la gente mi sta spiegando delle procedure importanti da svolgere per il raggiungimento di un dato obiettivo. Come è possibile? Deve esserci una spiegazione a tutto ciò, vi prego, io so che ce l’avete. E l’ansia del supermercato, parliamone. Un esempio è la perdita della mamma tra le corsie del supermercato (perché parliamoci chiaro, i papà piuttosto di andare a fare la spesa si farebbero immolare sulla vetta del K2), oppure l’ansia che ti prende quando sei alla cassa e hai dimenticato quella cosina importante (facciamo ad esempio il pacco di assorbenti). In quel momento è subito amnesia. Io che mi perdo anche a casa mia, raggiungo dopo 20 minuti la fatidica corsia con il pacco formato famiglia correndo trionfante e tagliando il traguardo che manco alla maratona di New York. Arrivata a quel punto poso il prodotto con finta indifferenza, magari anche fischiettando anche se in verità sto morendo dentro.
Una vita così, allo sbando.

Alessia

San Valentino

E anche questo San Valentino è quasi giunto al termine e la mia singletudine si fa sentire ogni anno di più, come a ricordarmi che anche le formiche hanno una vita sentimentale più florida della mia. In questo tripudio di sole, cuore, amore, coppie che si ricordano improvvisamente di essere legate da un qualche legame affettivo e sfoderano corna che la renna Rudolph levate proprio, volevo rendervi partecipi della mia idea dell’amore, che è rappresentata da questa splendida canzone.

Buon ascolto!

 

When I wake up yeah I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who wakes up next to you
When I go out yeah I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who goes along with you
If I get drunk yes I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who gets drunk next to you
And if I haver yeah I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who’s havering to you
But I would walk 500 miles
And I would walk 500 more
Just to be the man who walked 1000 miles
To fall down at your door
When I’m working yes I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who’s working hard for you
And when the money comes in for the work I’ll do
I’ll pass almost every penny on to you
When I come home yeah I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who comes back home to you
And if I grow old well I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who’s growing old with you
But I would walk 500 miles
And I would walk 500 more
Just to be the man who walked 1000 miles
To fall down at your door
When I’m lonely yes I know I’m gonna be
I’m gonna be the man whose lonely without you
When I’m dreaming yes I know I’m gonna dream
Dream about the time when I’m with you
When I go out well I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who goes along with you
And when I come home, yes I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who comes back home with you
I’m gonna be the man who’s coming home with you
But I would walk 500 miles
And I would walk 500 more
Just to be the man who walked 1000 miles
To fall down at your door

 

TRADUZIONE:

Quando mi sveglio, si lo so che sarò l’uomo, sarò l’uomo che si sveglia accanto a te
Quando esco si lo so che sarò l’uomo, sarò l’uomo che andrá accanto a te
Se mi ubriaco, si lo so che sarò l’uomo, sarò l’uomo che si ubriaca accanto a te
E se dirò sciocchezze, si lo so che sarò l’uomo sarò l’uomo che le dirá a te
Rit:
Ma io camminerei 500 miglia
E ne camminerei 500 ancor
Solo per essere l’uomo che ha camminato 1000 miglia per cadere davanti alla tua porta
Strofa 2:
Quando lavoro, si lo so che sarò l’uomo, sarò l’uomo che lavora duro per te
E quando i soldi arrivano per il lavoro che farò darò a te ogni centesimo
Quando torno a casa si lo so che l’uomo, sarò l’uomo che torna a casa da te
E se diventerò vecchio, beh,si lo so che sarò l’uomo, sarò l’uomo che sta invecchiando con te
Rit
Strofa 3:
Quando sono solo si lo so che sarò l’uomo, sarò l’uomo che è solo senza di te
Quando sogno si si lo so che sognerò i momenti in cui sono con te
Quando esco si lo so che sarò l’uomo, sarò l’uomo che andrá accanto a te
Quando torno a casa si lo so che sarò l’uomo, sarò l”uomo che torna a casa da te

MUSIC.

La musica. La musica è stata, soprattutto nel passato, una grande parte di me. Dai 10 anni in poi ho costruito la mia cultura musicale in maniera del tutto autonoma e dopo aver ascoltato solo Mina, Laura Pausini, Elisa e Giorgia (che Dio la benedica), come un loop per più di sei anni di fila, ho allargato i miei orizzonti e ho scoperto anche altra musica che andasse oltre loro quattro, che per quanto siano eccellenti in fatto di tecnica e doti canore, non costituiscono l’intero panorama musicale. Ho fatto conoscenza di artiste come Beyoncé (venderò la mia famiglia per andare ad un suo concerto, lo so), Shakira, Rihanna e in tempi più recenti di Adele. Ho approfondito le mie conoscenze ascoltando artisti più datati, come nel caso di Aretha Franklin, Whitney Houston, Bill Withers, Stevie Wonder, Ray Charles e tutta una serie di artisti neri. (sì, sono neri, nessuna offesa). Da quel momento in poi ho capito che c’era qualcosa nella mia voce che somigliava in qualche modo al loro modo di cantare. Sono sempre stata fortemente attratta dai loro vocalizzi e dalla facilità con cui eseguivano queste scale così dense che sembravano avere un inizio ma mai una fine e che si agganciavano sempre maledettamente bene alla melodia del pezzo, come un pennarello che non esce mai dai bordi. Quella musica mi apparteneva e penso che non ci sia mai stato un giorno, dico uno, in cui io non abbia cercato di assaporare ogni minimo particolare e ogni sfumatura delle loro voci, che esse fossero limpide, rauche, o quant’altro. Piano piano ho cominciato ad avvicinarmi anche a quel genere che mai avrei pensato di ascoltare, un genere verso il quale ho sempre avuto una marea di pregiudizi. Il rock. Ah, il rock. C’è stato un momento della mia vita in cui i Queen erano la mia colonna sonora. Dio solo sa la potenza vocale e l’estensione vocale di Freddie Mercury, per non parlare poi della sua presenza scenica pazzesca. Fino a quando non ho scoperto gli U2. I testi delle loro canzoni sono così… AH. E i loro riff? Inconfondibili. Sono una boccata di aria fresca e credo non ci sia colonna sonora migliore della voce di Bono Vox. Fino a quando non ho scoperto i Muse. Ma la voce di Matthew Bellamy… cos’è? Successivamente ho scoperto il jazz, che è il genere in cui tutt’ora mi sto applicando e di conseguenza ho scoperto l’esistenza di artisti con una espressività vocale impressionante: l’immensa Etta James con la sua capacità a mio parere irrangiungibile di mettere un’intensità di pathos incredibile in ogni frase, che sia un sospiro o anche una minima sillaba. Per non parlare di Nina Simone, con quella sua voce profonda ed espressiva e a tratti un po’ stridula nelle note alte. Potrei continuare con un elenco lunghissimo di artisti come Ella Fitzgerald, Frank Sinatra, Tonny Bennet e mi sento in dovere di inserire anche lei, la mia amata Amy Winehouse. Quell’artista ribelle, profonda e sgangherata che con i suoi testi poetici e la sua voce da nera mi hanno fatto sognare e tutt’ora adesso credo che sarebbe stupendo poter ascoltare qualche altro suo pezzo.

Personalmente, ritengo che l’Italia non sia molto evoluta sotto questo punto di vista. Non voglio passare per una delle tante che critica il suo paese ripetendo frasi del tipo “perché in Italia va così”, ma la penisola italiana è prevalentemente vecchia e molto ancorata ad un tipo di musica neomelodica, che per quanto possa essere piacevole sotto alcuni punti di vista, dovrebbe lasciare spazio ad altri generi che dovrebbero essere valorizzati tanto quanto la musica pop trita e ritrita che ha ormai come unico fine quello commerciale. La musica è arte, è espressione e penso che ognuno di noi debba essere libero di esprimerla come meglio crede. Non si possono proporre sempre i soliti pezzi “da balera”, con le stesse sonorità e gli stessi testi o peggio ancora quelle canzoni che durano un’estate e ci fanno due palle di cemento armato. Perché bisogna per forza seguire degli standard che mirino al guadagno? Perché non si può celebrare l’arte come meglio si crede? E’ davvero necessario svilire la musica in questo modo o sarebbe meglio mostrare un pizzico di sensibilità in più nei confronti di questa bellissima arte?
Scusate la paternale, ma io amo la musica, è vero che non le dedico abbastanza tempo e davvero vorrei,  è la cosa più preziosa che ho.

Alessia

How To Get Away With Murder

Vorrei parlare di questa serie tv. Anzi, facciamo così, chiamiamola direttamente capolavoro. Avevo iniziato a guardarla qualche settimana fa, avevo guardato i primi cinque episodi della prima stagione e ora mi ritrovo all’inizio della terza. Non avrei mai pensato di appassionarmi a questo genere di serie tv, solitamente le serie di questo genere sono tutte piuttosto scontate e dalle trame sempre uguali, ma siccome l’artefice di tutto questo è Shonda Rhimes, beh, allacciate le cinture di sicurezza e godetevi lo spettacolo, perché ciò che Shondona nazionale architetta con la sua diabolica mente è del tutto differente dalle vicende prevedibili delle serie thriller, drama o come si vogliano definire. La prima puntata inizia con l’omicidio di un uomo in cui sono coinvolti cinque studenti di legge alle prime armi, tra cui un ragazzo chiamato “lista d’attesa” (per diversi motivi che comprenderete in seguito) ammesso per un pelo al corso della cazzutissima signora Keating. Dopo una serie di intrecci e colpi di scena che porcalamiseraccia poco ci manca mi fanno schiattare di crepacuore, tutti si trovano in un rapporto di protezione reciproca. Ognuno copre le spalle dell’altro e Annalise Keating è la prima a farlo, sfoderando in molteplici situazioni la frase “a questo ci penso io”. Le capacità di Viola Davis e il suo talento sono smisurati e questo ruolo sembra completamente cucito su di lei, come se indossasse una seconda pelle. Perciò, voi popolo dello streaming seriale (per i più poveri) o neflixiani (ahimè, a me è appena scaduto), ascoltate le mie parole, guardate questa serie, accogliete a braccia aperte la sensazione di isteria e dipendenza allo stato puro ogni volta che succede qualcosa di inaspettato e non vedete l’ora di scoprire cosa succederà nell’episodio successivo, che vi porterà a guardare un altro episodio ancora e così fino ad arrivare a stagioni intere.

ASCOLTATEMI. ANNALISE KEATING VI STA CHIAMANDO.

Frasi ricorrenti di questi 18 anni

“Ciao tesoro, auguri eh! Allora, quanti sono? 16 mi pare, no”.
“Eh…no zio, sono 18.”
Silenzio imbarazzato.
“Ah.”

“Auguri! Allora oggi festa grande eh?”
“No, devo studiare per la simulazione di terza prova.”

“Auguri paciugo! Eri piccola così e ora sei una donna!”

“Auguri Ale! Allora, adesso patente eh?”
(Ripetuta ad libitum)

“Auguri Ale! Ti auguro una giornata di gioia e felicità nonostante lo studio.” (C’è chi mi capisce)

Grazie a tutti coloro che mi hanno fatto gli auguri, sinceri o meno che siano, grazie ai miei genitori che mi sopportano e supportano da 18 anni e che ancora danno la loro stessa vita per me, grazie a coloro che hanno fatto parte della mia infanzia e adesso sono da qualche parte a festeggiare i miei 18 anni, grazie alle persone del mio presente, grazie a chi c’è stato, a chi c’è sempre e a chi ci sarà.