Amico chi? 

Un giorno ti svegli e non capisci più nulla degli schemi mentali che passo dopo passo costruiamo nella nostra mente per capire una persona. Vengono fatti cadere con un gigantesca folata di vento, anzi, si dissipano nell’aria come molecole di polvere. 

Sarà che io non sono un genio della socializzazione, sarà che i miei meccanismi mentali sono spesso fallimentari e mi portano inesorabilmente ad un vicolo cieco, sarà che non sono una persona facile da capire, ma credo di avere un’idea ben chiara nella testa di che cos’è per me l’amicizia. E sono sicura che non è nulla di tutto ciò che invece percepisco intorno a me. L’amico (o amica) per me è quella persona che dovresti sicuramente uccidere in casi disperati perché sa troppe cose su di te. È quella persona che ti lascia perdere quando sei infuriata come il peggiore degli animali selvatici, ma allo stesso tempo è quella persona che è in grado di farti capire con semplici parole o una sola occhiata che forse hai fatto una cazzata ed è tempo di rimediare. È anche quella persona che è in grado di farti rendere conto che inseguire disperatamente quel cane puccioso che hai visto in strada e adottarlo non è la cosa migliore da fare, considerato che alla veneranda età di 18 anni riesci a malapena a prenderti cura di te stessa. 

L’amico è quella persona che tra 6 miliardi di persone nel pianeta Terra ha scelto proprio te che non hai affatto nulla di speciale rispetto a qualche bambino prodigio o genio della matematica sparso nel mondo e nonostante tu non abbia la faccia da intellettuale o il carisma di David Letterman per qualche arcano motivo ti vuole nella sua vita, pregi e difetti, all inclusive

L’amico è quella persona che si confida con te e che non ha segreti. Ci sono delle cose che possiamo anche tenere per noi stessi e non necessariamente esternarle a qualcuno, ma ce ne sono altre così profonde e speciali che sarebbe uno spreco non condividerne un pezzo con qualcuno. È come quando senti una nuova voce alla radio e pensi immediatamente: “Devo far sentire questa canzone alla mia amica perché sicuramente le piacerà.”

Un vero amico è quella persona che non vedi l’ora di far conoscere ai tuoi genitori perché vuoi renderli partecipi della tua unica scelta giusta nella vita. 

Un vero amico è una persona che conosce tutte le tue debolezze in ordine alfabetico, ma non le sfrutterebbe mai per demolirti nemmeno nella peggiore delle liti.

Un vero amico è una di quelle persone che, al diavolo il mondo intero, se hai bisogno di aiuto potrebbe scalare anche l’Everest in ciabatte.

In tutto questo elenco smielato e forse anche un po’ utopistico vorrei fare un appello abbastanza accorato. Smettiamola di sistemare amicizie false con la colla, di tenere in piedi rapporti fasulli perché “è giusto così”. Smettiamola di confondere la cordialità e la gentilezza con l’amicizia perché ci vuole ben altro per definire una persona come “amica”. Fatela finita con la frase tipica “eh, io la conosco da una vita” come se la durata di una relazione possa giustificarvi del fatto che conoscete davvero quella persona, quando in realtà non vi siete mai azzardati a chiedere di più del banale “come va?” nei messaggi. Siate onesti con voi stessi. L’onestà verso se stessi è la chiave per un rapporto di reciproca onestà e sincerità con gli altri. 

Ecco, ho trasformato questo post in una polemica bella e buona, ma sono talmente stanca di essere circondata da tanta ipocrisia che mi sentivo di dire due parole, giusto per chiarire cosa significa per me “essere amico di qualcuno”. 

Fatemi un favore: siate sinceri e onesti con le persone e sarete ripagati.

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Aggiornamenti dal pianeta Terra 

Vi riassumo brevemente la mia vita in queste settimane.  

Università.  

Patente. 

Canto.

Esatto. Il multitasking sta diventando il mio hobby principale, ma mi sono accorta di una cosa. Niente di tutto ciò mi pesa come invece succedeva per qualsiasi cosa gli anni passati. Prima svegliarmi la mattina e prepararmi per una semplice mattinata a scuola mi sembrava pesante quanto un macigno, troppo grande e troppo pesante da portare sulle spalle. L’università fino adesso va abbastanza bene. Le materie mi appassionano e per una volta nella vita ritorno a casa contenta come ai tempi delle elementari, quando mi sedevo a tavola con i miei genitori e non vedevo l’ora di raccontare che cosa avevo imparato. 

Una volta guardavo il video di una ragazza che da qualche anno si era trasferita a Londra per studiare. Guardava con convinzione la telecamera e diceva: “Ragazzi, imparare è una figata.” Non so descrivere a parole quanto sia bello sentirsi dire questa frase. Ora come ora penso che se avessi applicato questo pensiero anche negli anni passati sarebbe stato meglio, ma pazienza. Inoltre, mi sono resa conto di un’altra cosa piuttosto particolare, ossia quanto la nostra mente può plasmarci a suo piacere facendoci credere che noi abbiamo il controllo sulla nostra vita, anche se in realtà non è affatto vero, non abbiamo il controllo di un bel niente. A partire dalla terza superiore, il mio momento di crisi scolastica peggiore, pensavo che la mia vita non avrebbe mai avuto un miglioramento, ma adesso posso dire di svegliarmi motivata e per me, credetemi, è già un bel passo avanti. E nonostante debba spostarmi qua e là per la città come una trottola per seguire le lezioni e che quasi non abbia tempo per pranzare, non importa, per una volta mi sento pronta ad affrontare ciò che mi si presenterà davanti e magari anche ciò che mi farà paura. 

Patente? Ecco, quella è una cosa che mi fa paura considerato che mi sono esercitata pochissimo nei quiz e il tempo per studiare qualsiasi cosa è pochissimo. A quanto pare i fine settimana sono fatti per questo, per cui a tempo debito farò anche questo, promesso.

Il canto è una costante, la musica in generale sarà sempre parte integrante della mia quotidianità, nonostante il tempo tiranno mi costringa ad incastrare tutto in tempi ridotti. Sto cercando di esprimere al meglio quello che sento attraverso la musica, penso che sia uno degli unici modi per me possibili di “buttare fuori” tutto ciò che ho dentro, in ordine sparso: paranoie, ansie, stress, pensieri, delusioni. Ho anche ricominciato a strimpellare la chitarra, accompagnandomi in qualche canzone e rispolverando qualche accordo e devo dire che il meccanismo funziona. 

Adesso sono più serena, ho accanto in questo percorso delle persone con cui mi sento a mio agio e che già conoscevo e piano piano sto cercando di socializzare al meglio che posso anche con le nuove persone (socializzare, la mia bestia nera!). Mi sento bene e quelli che mi conoscono dicono che ho “una luce diversa negli occhi”. Non pensavo che l’università sarebbe stata una tale liberazione per me, ma di ciò ne riparleremo quando finirò di studiare per l’esame di linguistica! 😨😨😭😭 

Ci tenevo a tenervi aggiornati sugli ultimi sviluppi, spero non vi dispiaccia. 

Alla prossima, 

Ale 

Cose nuove

Il mio corpo funziona in maniera strana. Durante tutto l’arco della giornata vivo in uno stato di catalessi e di inutilità al genere umano, mentre la notte la mia scatola cranica si anima come il carnevale di Rio. Comunque sia, dopo essere tornata da tre settimane della serie “ritorno alle origini” a dir poco discutibili, ho trovato l’ispirazione stanotte per scrivere un pochino e aggiornarvi sugli ultimi sviluppi.

Vi dico una cosa. È inutile che io provi a fare la spavalda e ad ostentare sicurezza, io avrò sempre paura delle novità, nonostante sia sempre in cerca di esse. Quest’anno la più grande novità in assoluto sarà l’università, un’ombra gigante che incombe sulla mia testa specialmente in questi ultimi giorni, complice del fatto che siamo giunti al 31 agosto in un batter d’occhio. “Avere paura è normale”, mi dico. L’università è una nuova avventura tutta da vivere, sono adulta ormai, ciò che faccio dipende solo da me, questo è il mio trampolino di lancio verso quella tanto agognata tappa della vita chiamata LAVORO. L’unica cosa che mi chiedo è: smetterò mai di avere paura delle novità? Diciamo le cose come stanno. Le novità sono ciò che mettono in moto la nostra vita. I cambiamenti sono ciò che permettono all’uomo di non fossilizzarsi nella propria condizione di staticità trasformandosi in una ameba, la chiave di lettura sta nel modo in cui l’uomo li accoglie. Allo stesso tempo però le novità, per quanto possiedano questo grande vantaggio, hanno anche una caratteristica di ignoto e ciò ovviamente può fare paura, è pur sempre un bel salto nel vuoto, che diamine. Quando allora dico: “ho l’ansia”, non pensate che sia una mia condizione patologica/esistenziale (oddio, magari anche no) ma vedetela come una condizione emotiva naturale dovuta a ciò che dovrò affrontare nei prossimi giorni. Spero comunque di lasciarmi alle spalle un po’ di quella “paura” che mi trascino sempre addosso e di affrontare questo nuovo percorso della mia vita con curiosità, speranza, ottimismo, motivazione e anche una buona dose di ambizione, che non fa mai male. 

L’università per me non è soltanto una nuova tappa ma è anche una sorta di riscatto dalla mia precedente esperienza, che mi ha fatto capire come davvero avrei dovuto affrontare un nuovo contesto, ma siccome il passato è passato preferisco guardare avanti e fare del mio meglio per non ripetere gli stessi errori, perché si sa, non c’è cosa peggiore che commettere gli stessi errori due volte, ma siccome “repetita iuvant” non si sa mai. (Scherzo 😂)
Alessia

THE END

Vorrei iniziare questo post con una frase ad effetto del tipo “Today is the day my life begins” stile Alex Karev sull’altare (chi è ossessionato da Grey’s Anatomy come me capirà), ma siccome non mi sto sposando e la mia vita (volente o nolente) è iniziata l’8 gennaio 1999, cercherò di farla breve.                                                                   Qualche giorno fa ho decretato la mia maturità (ma quale?) e la fine di un capitolo della mia vita durato cinque anni. Questi anni sono stati decisamente i più duri della mia vita e con ciò non intendo solo il percorso scolastico che ho dovuto affrontare, ma la piega che ha preso la mia vita in questo arco di tempo. Ho subito delle perdite piuttosto importanti, persone che mi hanno vista crescere e che mi hanno accompagnato per un certo periodo della mia vita ora sono chissà dove, non so se saranno fieri di me, io lo spero.

In questi cinque anni mi sono resa conto di una cosa in particolare: quanto la prima impressione possa influenzare il giudizio su una persona, quasi come un marchio di fabbrica con cui viene identificata, un timbro che non può più essere cancellato. Mai come in questi cinque anni ho realizzato come la timidezza e il mio modo di essere sia di ostacolo a me e anche alle altre persone. Prima d’ora non avevo mai faticato così tanto con questo lato del mio carattere, la gente ogni tanto me lo faceva notare ma non ha mai avuto grande difficoltà a conviverci. È vero, io non sono mai uscita dalla mia comfort zone, ma è ancora più difficile farlo quando la timidezza viene considerata quasi come un problema insormontabile e mai come una semplice componente caratteriale che può essere ammorbidita con un po’ di aiuto. Il problema è diventato ancora più grande dopo aver acquisito la consapevolezza di essere capitata nella classe sbagliata: dal primo istante il mio sesto senso percepiva una strana sensazione, sapete, le “vibes” che scriviamo sotto i post di Instagram o Facebook. Nonostante ciò ho deciso di andare avanti nella speranza che la situazione sarebbe migliorata. Infine, mi sono accorta che era troppo tardi per andare via e sono rimasta per l’unica persona amica che ho trovato lì dentro. Lei. Una matta con un cuore grande che con la sua spontaneità avvicina le persone con molta più facilità rispetto alla sottoscritta. Una donna fatta e finita con le sue idee e le sue passioni, talentuosa e brutalmente schietta e credo sia questo a renderla così speciale. Io che ho sempre pensato che gli opposti non si attraggono così in amicizia, nel mio caso, così in amore, mi sono dovuta ricredere. Nonostante sia così diversa da me, ha rivestito il ruolo di amica, di sorella, ha calmato le mie paranoie e mi ha tranquillizzato nei momenti di sclero che io, ma anche molti altri, abbiamo vissuto, specialmente quest’anno. Abbiamo riso fino alle lacrime, scherzato, ci siamo sgridate a vicenda e prese in giro come amicone di vecchia data.

È inutile dire che la scuola è stata difficile, che la mole di lavoro era tanta, che qualche volta i voti erano ingiusti. Queste cose capitano tutti i giorni in tutte le scuole di Italia. Se qualcuno, invece, dovesse pormi la domanda: “Cosa ti ha lasciato questa esperienza?” io risponderei che nella vita devi mostrare le unghie perché la gente ti rispetti e che a volte si deve anche rischiare di uscire dalla propria bolla in modo tale che gli altri ti conoscano per ciò che davvero sei e non per ciò che vogliano che tu sia. “Be yourself” in sostanza.

Ho finalmente concluso questo capitolo e sono curiosa di vedere cosa la vita avrà in serbo per me.

Alessia

 

MATURANSIA

Eccomi. Sono tornata per un attimo per poi sparire di nuovo. Ebbene, sono stata ammessa all’esame di Stato, per cui l’unica parola che userò per descrivere questo periodo infinito è “maturità”. Studio ad ogni ora del giorno e se mi fermo un attimo, che siano tre secondi o cinque minuti, che ultimamente per me sono diventati un lusso, sento un sibilo proveniente dai miei libri insinuarsi nelle mie orecchie: “Disgraziata, studia.” E così ricomincio, disperata fino al midollo, ma diciamo che tutto ciò fa parte del gioco, no? Oggi, in un attimo di pausa dallo studio, ho scritto questa riflessione di getto. Non so se sia corretto identificare queste quattro righe una poesia, credo sia più coerente definirle come una sorta di “manuale d’uso” per chi in questo periodo mi sta vicino, per i miei genitori che sopportano i miei scleri e le mie millemila paranoie e la mia propensione smodata verso la disorganizzazione e la procrastinazione come stile di vita, ma anche per si avvicinerà a me nel corso del tempo. Abbiate pazienza con me, ve ne occorre tanta.

Abbi la forza di sopportarmi perché le mie paranoie superano il limite del possibile
Abbi la pazienza di starmi vicino quando la mia mente mi riduce a brandelli e mi fa sentire uno schifo
Abbi pazienza perché faccio schifo in matematica e potrei far fallire l’intero magazzino di Harrods
Abbi pazienza se sono una frana nello sport e anche se metto un piede dietro l’altro rischio sempre di inciampare
Abbi pazienza se non parlo tanto e quando lo faccio non si capisce quasi nulla perché mi mangio le parole
Abbi pazienza se quando incontro nuove persone ho la stessa espressione felice del grumpy cat
Abbi pazienza se mi innamoro dei personaggi delle serie tv
Abbi pazienza se ti rintontisco con le mie fisse e abbi pazienza se ti elenco i titoli di qualsiasi canzone alla radio come fossi un juke box
Abbi pazienza se scrivo sempre cazzate
Abbi pazienza se non sono brava ad esprimere i miei sentimenti a parole e perché sono dannatamente timida
Abbi pazienza perché sono sempre troppo insicura delle mie scelte e prendimi per mano quando la paura mi paralizza inutilmente
Solamente, abbi pazienza

Alessia

Diario di una meridionale

Ebbene sì, non posso mantenere il segreto per troppo tempo, è un po’ come lasciare per troppo tempo le uova nel frigo e rischiare di beccarsi la salmonella per non aver rispettato la scadenza. Sono meridionale. O meglio, mi spiego. I miei genitori sono meridionali. Ma ciò fa di me automaticamente una meridionale? Sinceramente non saprei. Potrei dire di essere in grado di delineare il confine immaginario che dal centro Italia ci porta al tanto temuto Sud Italia, ma non posso dire di essere convinta del fatto che esista un nord e un sud in cui la popolazione è nettamente divisa. Geograficamente sì, ma per il resto? Dopotutto parliamo sempre la stessa lingua.
Bando alle ciance, non voglio addentrarmi in discorsi a causa dei quali si corra il rischio di scatenare una guerra. Ciò di cui vorrei parlarvi  è del mio sangue siculo, ma soprattutto come i miei parenti della Sicilia mi vedono. Per i parenti della Sicilia, non esistono altre regioni del Nord che non vengano identificate automaticamente con la città di Milano, quindi, in qualsiasi parte del Nord Italia mi trovi, io vivo a Milano. Mi spiego. Quante volte mi sono sentita dire: “ehhhhhh, lei ha l’accento milanese, mica lo sa il dialetto nostro.” Alt. Fermi tutti. Io vivo in Emilia Romagna e che io sappia, Milano non è contemplata in questa regione. Punto secondo. Siete venuti a flotte anni e anni fa per varie occasioni, avete chiamato mari e monti per sapere le indicazioni stradali che portavano alla nebbiosa Emilia – Romagna, vi siete portati dietro la Sacra Famiglia della Beddissima Mattre Santuzza con annessi bisnonni, nonni, cugini di primo secondo terzo e quarto grado, il cane, il gatto e anche qualche cane randagio preso per la strada e dio solo sa come avete fatto a passare il controllo in aeroporto muniti di sciabole da bamboo per tagliare il famoso pane fresco con la giugiulena (ndr sesamo, un incubo messo in qualsiasi pietanza da tavola calda in Sicilia) lungo quanto la Salerno Reggio Calabria e avete anche il coraggio di dire che io sono di Milano? No. Vi prego. Siete belli, solari, sempre ottimisti e ospitali come non mai, ma aprite un cartina ogni tanto, che male non vi fa. Ma la cosa migliore che i miei parenti possano possedere, è questo senso della famiglia che ti scalda il cuore. Della serie che ci vediamo sì e no una volta all’anno, sei un cugino di quarto o quinto grado (se esiste), siamo praticamente estranei, ma tu mi abbracci, mi soffochi quasi presentandoti come “zia Rosa”. CHI? MA CHI SEI? MA IO CHIAMO I SERVIZI SOCIALI. Tutto ciò per poi esordire con la frase “cooooome non ti ricordi di me? Non ti parlano mai di me i tuoi genitori?”. Zia sconosciuta, se mi parlassero di tutti i parenti che ho probabilmente non troverò mai lavoro e morirò vecchia e sola, attorniata da gatti, ma con un albero genealogico quasi completo. Per finire, proponi di organizzare una bella “pizziata” (ndr, pizzata) tutti insieme, ovviamente sottintendendo altri zii, parenti e amici dei parenti che parlano giustamente dialetto STRETTO, quindi io nel bel mezzo della serata mi ritrovo ad intraprendere una conversazione amorevole con la forchetta e la crosta della pizza.
Ma poi, una cosa. Mi volete spiegare come fate ad vivere così in pace con il mondo? Non avete mai delle faccende lavorative urgenti da sbrigare? Oppure quelli dell’ufficio sono tutti amici vostri quindi potete stare tranquilli? Non avete dello stress accumulato per via della solita routine? Come fate a vivere così rilassati? Avete una doppia vita? Altrimenti non si spiega.
Ultima cosa, parenti della Sicilia, questo favore me lo dovete concedere. Il dialetto non posso togliervelo, che per altro è bellissimo e ormai riesco a gestirlo, però, per il bene di Dio, potete parlare a bassa voce e NON toccarmi mentre parlate? So che è una cosa che alcuni di voi fanno solo per puro affetto e mi dispiace sembrare così acida e “nordica” come dite voi, ma ho già un po’ di sordità, per cui potete per favore abbassare il tono della voce? Io vi voglio bene perché mi rallegrate le giornate, siete bonari e sapete godervi più di me la vita, amate la vostra famiglia e Dio benedica i vostri schidicchi (ndr, banchetti), ma il vostro udito ragazzi miei, sarà perso per sempre. Ah, un’altra cosa. Ma perché siete così abbronzati? La risposta ovvia sarà: “eh, voi al nord avete solo la nebbia, qua c’è sempre il sole”. No. Anche da voi piove, ne ho le prove. Ma perché io sembro avere il colorito di un inuit appena uscito dall’igloo e voi invece avete sempre lo stesso colorito di Carlo Conti? È ingiusto. Ah. Ultima cosa. Perché non c’è modo di trovare un calzone decente qui al Nord e sono costretta a farmi migliaia di chilometri e a prendere una nave per mangiare un calzone come si deve? A chi devo vendere la mia anima per mangiare qualcosa che somigli ad occhio e croce ad un calzone, possibilmente fritto? E cosa devo fare per mangiare del pesce decente qui? Un fritto misto che sappia di mare e non di olio fritto? Ditemi.

La vostra parente del Nord ha concluso, linea allo studio

Alessia

Ps. Ovviamente tutto ciò che ho scritto è totalmente ironico, perciò parenti del Sud e gente del Sud, non prendetevela, ve prego!

LA MIA ANSIA HA L’ANSIA.

Dicono che dire “stai calma” ad una donna sia peggio di un’esplosione nucleare, ma credo che dire “stai calma” ad una persona ansiosa sia molto peggio. Anni prima non mi sarei definita una persona ansiosa, ma nell’ultimo periodo mi sto accorgendo di avere l’ansia per qualsiasi cosa e di aver sviluppato una sorta di repellenza nei confronti degli spazi aperti affollati. Le grandi città mi piacciono, per intenderci, ma quando mi trovo da sola in uno spazio pieno di gente sento l’esigenza urgente di nascondermi in un posto tranquillo, appartato. Non chiedetemi perché, ma è così. Ma la cosa peggiore è che mi viene l’ansia anche per eventi che io sono certa non potranno mai accadere, al punto tale che credo di avere ispirato l’autore delle vignette di Labadessa. (Chi lo conosce capirà).
Mi spiego. Interrogazioni che non potranno mai verificarsi oppure eventi straordinari tipo autocombustione del mondo e cazzate talmente grandi che potrei fare la sceneggiatrice del prossimo “The day after tomorrow”. Ma la cosa più buffa e allo stesso tempo più fastidiosa che possa accadere è la seguente (penso che sia capitata anche a voi almeno una volta). Arrivano le 15.00, orario universale di inizio dei compiti, apro un libro a caso tanto che me frega sono maturanda e devo studiare tutto, giunge il momento della ripetizione matta e disperatissima e il mio cervello si spegne. Blackout. Comincio a guardare video su YouTube a random e mi ripeto che tra 10 minuti mi metterò a studiare. E così quei 10 minuti diventano 20, 30, fino a che arriva sera e l’unica cosa che vorresti fare è simulare la morte di una medusa sulla spiaggia e sprofondare in un sonno assurdo, ma il tuo cervello inizia a cantare la sigla dei Puffi e a ricordare avvenimenti che non pensavi nemmeno fossero accaduti e tutto ciò continua fino all’una di notte e cominci a calcolare quante ore ti rimangono per dormire. Arrivano le 6 e piovono imprecazioni. Tutto normale. (Ok, ho divagato un po’ forse). Un altro tipo d’ansia è quello che ti coglie quando devi andare agli uffici pubblici oppure in qualsiasi altro luogo dove devi chiedere delle informazioni. La mia ansia più grande risiede nella mia grande capacità di fare figure di merda ovunque vada e di una sordità totale che compare totalmente a caso quando la gente mi sta spiegando delle procedure importanti da svolgere per il raggiungimento di un dato obiettivo. Come è possibile? Deve esserci una spiegazione a tutto ciò, vi prego, io so che ce l’avete. E l’ansia del supermercato, parliamone. Un esempio è la perdita della mamma tra le corsie del supermercato (perché parliamoci chiaro, i papà piuttosto di andare a fare la spesa si farebbero immolare sulla vetta del K2), oppure l’ansia che ti prende quando sei alla cassa e hai dimenticato quella cosina importante (facciamo ad esempio il pacco di assorbenti). In quel momento è subito amnesia. Io che mi perdo anche a casa mia, raggiungo dopo 20 minuti la fatidica corsia con il pacco formato famiglia correndo trionfante e tagliando il traguardo che manco alla maratona di New York. Arrivata a quel punto poso il prodotto con finta indifferenza, magari anche fischiettando anche se in verità sto morendo dentro.
Una vita così, allo sbando.

Alessia

San Valentino

E anche questo San Valentino è quasi giunto al termine e la mia singletudine si fa sentire ogni anno di più, come a ricordarmi che anche le formiche hanno una vita sentimentale più florida della mia. In questo tripudio di sole, cuore, amore, coppie che si ricordano improvvisamente di essere legate da un qualche legame affettivo e sfoderano corna che la renna Rudolph levate proprio, volevo rendervi partecipi della mia idea dell’amore, che è rappresentata da questa splendida canzone.

Buon ascolto!

 

When I wake up yeah I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who wakes up next to you
When I go out yeah I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who goes along with you
If I get drunk yes I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who gets drunk next to you
And if I haver yeah I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who’s havering to you
But I would walk 500 miles
And I would walk 500 more
Just to be the man who walked 1000 miles
To fall down at your door
When I’m working yes I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who’s working hard for you
And when the money comes in for the work I’ll do
I’ll pass almost every penny on to you
When I come home yeah I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who comes back home to you
And if I grow old well I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who’s growing old with you
But I would walk 500 miles
And I would walk 500 more
Just to be the man who walked 1000 miles
To fall down at your door
When I’m lonely yes I know I’m gonna be
I’m gonna be the man whose lonely without you
When I’m dreaming yes I know I’m gonna dream
Dream about the time when I’m with you
When I go out well I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who goes along with you
And when I come home, yes I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who comes back home with you
I’m gonna be the man who’s coming home with you
But I would walk 500 miles
And I would walk 500 more
Just to be the man who walked 1000 miles
To fall down at your door

 

TRADUZIONE:

Quando mi sveglio, si lo so che sarò l’uomo, sarò l’uomo che si sveglia accanto a te
Quando esco si lo so che sarò l’uomo, sarò l’uomo che andrá accanto a te
Se mi ubriaco, si lo so che sarò l’uomo, sarò l’uomo che si ubriaca accanto a te
E se dirò sciocchezze, si lo so che sarò l’uomo sarò l’uomo che le dirá a te
Rit:
Ma io camminerei 500 miglia
E ne camminerei 500 ancor
Solo per essere l’uomo che ha camminato 1000 miglia per cadere davanti alla tua porta
Strofa 2:
Quando lavoro, si lo so che sarò l’uomo, sarò l’uomo che lavora duro per te
E quando i soldi arrivano per il lavoro che farò darò a te ogni centesimo
Quando torno a casa si lo so che l’uomo, sarò l’uomo che torna a casa da te
E se diventerò vecchio, beh,si lo so che sarò l’uomo, sarò l’uomo che sta invecchiando con te
Rit
Strofa 3:
Quando sono solo si lo so che sarò l’uomo, sarò l’uomo che è solo senza di te
Quando sogno si si lo so che sognerò i momenti in cui sono con te
Quando esco si lo so che sarò l’uomo, sarò l’uomo che andrá accanto a te
Quando torno a casa si lo so che sarò l’uomo, sarò l”uomo che torna a casa da te

MUSIC.

La musica. La musica è stata, soprattutto nel passato, una grande parte di me. Dai 10 anni in poi ho costruito la mia cultura musicale in maniera del tutto autonoma e dopo aver ascoltato solo Mina, Laura Pausini, Elisa e Giorgia (che Dio la benedica), come un loop per più di sei anni di fila, ho allargato i miei orizzonti e ho scoperto anche altra musica che andasse oltre loro quattro, che per quanto siano eccellenti in fatto di tecnica e doti canore, non costituiscono l’intero panorama musicale. Ho fatto conoscenza di artiste come Beyoncé (venderò la mia famiglia per andare ad un suo concerto, lo so), Shakira, Rihanna e in tempi più recenti di Adele. Ho approfondito le mie conoscenze ascoltando artisti più datati, come nel caso di Aretha Franklin, Whitney Houston, Bill Withers, Stevie Wonder, Ray Charles e tutta una serie di artisti neri. (sì, sono neri, nessuna offesa). Da quel momento in poi ho capito che c’era qualcosa nella mia voce che somigliava in qualche modo al loro modo di cantare. Sono sempre stata fortemente attratta dai loro vocalizzi e dalla facilità con cui eseguivano queste scale così dense che sembravano avere un inizio ma mai una fine e che si agganciavano sempre maledettamente bene alla melodia del pezzo, come un pennarello che non esce mai dai bordi. Quella musica mi apparteneva e penso che non ci sia mai stato un giorno, dico uno, in cui io non abbia cercato di assaporare ogni minimo particolare e ogni sfumatura delle loro voci, che esse fossero limpide, rauche, o quant’altro. Piano piano ho cominciato ad avvicinarmi anche a quel genere che mai avrei pensato di ascoltare, un genere verso il quale ho sempre avuto una marea di pregiudizi. Il rock. Ah, il rock. C’è stato un momento della mia vita in cui i Queen erano la mia colonna sonora. Dio solo sa la potenza vocale e l’estensione vocale di Freddie Mercury, per non parlare poi della sua presenza scenica pazzesca. Fino a quando non ho scoperto gli U2. I testi delle loro canzoni sono così… AH. E i loro riff? Inconfondibili. Sono una boccata di aria fresca e credo non ci sia colonna sonora migliore della voce di Bono Vox. Fino a quando non ho scoperto i Muse. Ma la voce di Matthew Bellamy… cos’è? Successivamente ho scoperto il jazz, che è il genere in cui tutt’ora mi sto applicando e di conseguenza ho scoperto l’esistenza di artisti con una espressività vocale impressionante: l’immensa Etta James con la sua capacità a mio parere irrangiungibile di mettere un’intensità di pathos incredibile in ogni frase, che sia un sospiro o anche una minima sillaba. Per non parlare di Nina Simone, con quella sua voce profonda ed espressiva e a tratti un po’ stridula nelle note alte. Potrei continuare con un elenco lunghissimo di artisti come Ella Fitzgerald, Frank Sinatra, Tonny Bennet e mi sento in dovere di inserire anche lei, la mia amata Amy Winehouse. Quell’artista ribelle, profonda e sgangherata che con i suoi testi poetici e la sua voce da nera mi hanno fatto sognare e tutt’ora adesso credo che sarebbe stupendo poter ascoltare qualche altro suo pezzo.

Personalmente, ritengo che l’Italia non sia molto evoluta sotto questo punto di vista. Non voglio passare per una delle tante che critica il suo paese ripetendo frasi del tipo “perché in Italia va così”, ma la penisola italiana è prevalentemente vecchia e molto ancorata ad un tipo di musica neomelodica, che per quanto possa essere piacevole sotto alcuni punti di vista, dovrebbe lasciare spazio ad altri generi che dovrebbero essere valorizzati tanto quanto la musica pop trita e ritrita che ha ormai come unico fine quello commerciale. La musica è arte, è espressione e penso che ognuno di noi debba essere libero di esprimerla come meglio crede. Non si possono proporre sempre i soliti pezzi “da balera”, con le stesse sonorità e gli stessi testi o peggio ancora quelle canzoni che durano un’estate e ci fanno due palle di cemento armato. Perché bisogna per forza seguire degli standard che mirino al guadagno? Perché non si può celebrare l’arte come meglio si crede? E’ davvero necessario svilire la musica in questo modo o sarebbe meglio mostrare un pizzico di sensibilità in più nei confronti di questa bellissima arte?
Scusate la paternale, ma io amo la musica, è vero che non le dedico abbastanza tempo e davvero vorrei,  è la cosa più preziosa che ho.

Alessia